Interpretazioni del capitalismo contemporaneo /3. Giovanni Arrighi

di Daniele Balicco e Pietro Bianchi

da: leparoleelecose.it

Anche il capolavoro saggistico di Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo21, è un lavoro teorico che parte dalla crisi capitalistica di inizio anni Settanta. Come Jameson, Arrighi decifra le trasformazioni violente che questa crisi ha generato, elaborando una periodizzazione di lungo periodo. Nello stesso tempo, il suo lavoro segue anche la direzione di Harvey, almeno per quanto riguarda l’attenzione con cui analizza le metamorfosi geografiche dei cicli sistemici di accumulazione. E tuttavia, a differenza dei primi due, il suo lavoro si muove su coordinate davvero molto vaste, coordinate che coincidono, per quanto riguarda lo spazio, con il sistema-mondo; e per quanto riguarda il tempo, con l’intero ciclo dell’era moderna, dall’emergere del capitalismo nel sistema delle città-stato italiane rinascimentali, fino alla crisi dell’egemonia statunitense di questi ultimi decenni. Tre sono gli autori guida alla base di quest’ambizioso progetto di ricerca: Marx, Gramsci e Braudel. Ma fra i tre è sicuramente quest’ultimo l’autore decisivo, quello con cui rilegge, riposizionandole sulla longue durée del sistema-mondo, tanto la logica dell’accumulazione marxiana, quanto la riflessione di Gramsci su dominio ed egemonia.

Può sembrare strano, ma Arrighi di formazione è un economista neoclassico. Si laurea infattti all’Università Bocconi di Milano alla fine degli anni Cinquanta, con l’intento di portare avanti l’azienda del padre, che è morto pochi anni prima. Il nonno materno, un ricco industriale tessile, gli sconsiglia però di mettersi a lavorare come imprenditore, perché, secondo lui, non ne ha la stoffa. E infatti, dopo pochi anni, Arrighi capisce chiaramente che la sua passione è la ricerca: nel 1963 vince una borsa dell’Università di Londra per una cattedra di economia in Rhodesia (l’attuale Zimbabwe). Il contatto con la realtà politica africana – sono gli anni della decolonizzazione – e la conoscenza di antropologi come Clyde Mitchell e Jaap Van Velsen, che lavorano nella sua stessa facoltà, metteranno definitivamente in crisi i modelli matematici acquisiti nella formazione bocconiana. Inizia qui il suo abbandono dell’economia neoclassica per la sociologia storico-comparativa. Risultato di questa metamorfosi teorica è il suo primo libro, Struttura di classe e sovrastrutture in Africa22, tradotto in italiano nel 1969 da Einaudi. Già in questo primo saggio emergono nitidamente due temi centrali della sua interpretazione del capitalismo. Il primo: per comprendere le forme dello sviluppo di una qualsiasi regione o Stato-nazione è fondamentale conoscere la struttura del capitalismo, così come si è organizzata a livello mondiale: quali potenze dominanti, quali polarità, quali gerarchie. Il secondo: la trasformazione dei lavoratori in forza lavoro salariata non sempre e non ovunque è condizione necessaria per lo sviluppo del modo di produzione capitalistico.

Nel 1969 Arrighi torna in Italia, giusto in tempo per essere parte di quei movimenti antisistemici su cui poi rifletterà a lungo, almeno fino alla pubblicazione nel 1989 di Antisystemic Movements, insieme a Wallerstein e Hopkins23. Il decennio italiano, prima come professore di sociologia a Trento, poi ad Arcavacata, è segnato infatti, oltre che dall’insegnamento, da un’intensa attività politica. Sono questi gli anni in cui fonda a Milano, insieme a Romano Madera e Luisa Passerini, il Gruppo Gramsci, con l’intento di elaborare una strategia politica orientata verso l’autonoma di classe24. Da subito inizia ad interrogarsi sulla natura della crisi economica che in quegli anni sta sconvolgendo l’Occidente. Leggerà l’inconvertibilità del dollaro in oro, imposta da Nixon nel ’71, come un segnale non equivocabile: gli Stati Uniti stanno modificando le regole e l’organizzazione del capitalismo mondiale. Questo significa che l’ordine geopolitico costruito nell’immediato dopoguerra sta per essere superato. Negli studi più importanti di questo periodo – Verso una teoria della crisi capitalistica25 e Geometria dell’imperialismo26 – Arrighi cerca costantemente di smarcarsi dalle intepretazioni marxiste dominanti. Anzitutto, legge la crisi di inizio anni Settanta come una crisi da caduta del saggio di profitto e non da sovrapproduzione, come fu, invece, quella del 1929. Una lettura corretta e tuttavia parziale che solo negli anni successivi approfondirà introducendo, nel quadro generale, il fattore scatenante: l’esacerbarsi della competizione inter-capitalistica. Nello stesso tempo proverà a mettere in crisi anche il paradigma leninista e la sua interpretazione dell’imperialismo. Attraverso la lettura di Hobson27 Arrighi scompone le forme di dominio inter-statale in età moderna in quattro modalità operative sempre coesistenti: colonialismo, impero formale, impero informale, imperialismo. L’imperialismo dunque non rappresenterebbe più, come invece in Lenin, l’ultima fase dello sviluppo dei rapporti inter-statali, quanto una modalità operativa standard, coesistente insieme ad altre. Senza entrare nel merito di questa lettura, va comunque almeno segnalato che, adottando questa prospettiva, Arrighi di fatto elide il nodo centrale dell’interpretazione leninista che vede nell’imperialismo la proiezione geopolitica del potere finanziario, come unità di potere bancario e potere industriale28.

All’inizio di questo paragrafo abbiamo scritto che lo studio di Braudel rappresenta per Arrighi l’incontro teorico fondamentale, ma, come ora è evidente, è un incontro tardivo. È solo con il suo trasferimento nel 1979 al Fernard Braudel Center di Binghamton, nello stato di New York, che la lezione dello storico francese, mediata dalla scuola di sistemica di Hopkins, Wallerstein e Frank, si trasforma nella chiave teorica capace di decifrare il significato dell’espansioni finanziarie come fenomeno storico ricorrente e non come stadio ultimo e finale dell’accumulazione, come invece in Hilferding o, ancora, in Lenin. Soprattutto nel Braudel di Civiltà materiale, economia e capitalismo29 Arrighi trova in un colpo solo l’interpretazione guida per comprendere il nesso che lega crisi economica degli anni ’70 e successiva espansione del potere finanziario statunitense. Per Braudel, infatti “ogni evoluzione complessiva [dell’ordine capitalistico] sembra annunciare, con lo stadio del rigoglio finanziario, una sorta di maturità: è il segnale dell’autunno30. Se si studia, infatti, la storia del capitalismo come la storia di lunga durata di un meccanismo astratto di accumulazione di potere e di ricchezza (e non esclusivamente come modo di produzione) è possibile rilevare alcune costanti di fondo e almeno una ricorrenza precisa: ogni volta che la potenza egemone di una determinata configurazione storica abbandona il campo della produzione di beni per la speculazione finanziaria, la sua sovranità sul sistema inizia a vacillare. La finanziarizzazione rappresenterebbe dunque l’autunno di un potere, o più precisamente, il momento conclusivo del ciclo sistemico di accumulazione. Quest’ultimo concetto è particolarmente importante perché mostra come Arrighi riposizioni la struttura logica del modo di produzione capitalistico, così come è stato descritta da Marx nel Capitale, sulla longue durée dischiusa dalle analisi di Fernard Braudel:

La formula generale del capitale di Marx (D-M-D¹) può essere considerata descrittiva non solo della logica dei singoli investimenti capitalistici, ma anche di un modello ricorrente del capitalismo storico come sistema mondiale. L’aspetto principale di questo modello è costituito dall’alternanza di epoche di espansione materiale (le fasi D-M dell’accumulazione di capitale) e di epoche di rinascita e di espansione finanziaria (le fasi M-D¹). Nelle fasi di espansione materiale il capitale monetario «mette in movimento» una crescente massa di merci (inclusa la forza-lavoro mercificata e le doti naturali); nelle fasi di espansione finanziaria una crescente massa di capitale monetario «si libera» dalla sua forma merce, e l’accumulazione procede attraverso transazioni finanziarie (come nella formula marxiana abbreviata D-D¹). Insieme, le due epoche o fasi formano un intero ciclo sistemico di accumulazione.

A questo punto, Arrighi inizia un’appassionante ricostruzione storica, economica e politica. Retrocede, insieme a Braudel, alla fine del Medioevo e prova a verificare la tenuta di questo modello interpretativo. Costruisce così una periodizzazione di lunghissima durata, individuando quattro cicli sistemici di accumulazione. Il primo coincide con “il lungo XVI secolo italiano” (1350-1650), e si concentra in particolare sulla crisi del potere di Venezia, Milano e Firenze fino allo stabilirsi dell’alleanza politica fra Genova (potere finanziario) e corona castigliana (potere militare). Se paragonate alle altre città stato italiane rivali, Genova è una piccola città di modeste dimensioni e priva di difesa militare. Cionondimeno, ha una classe capitalistica molto dinamica, organizzata in una diaspora cosmopolita, strutturata in una rete internazionale gravitante su alcune piazze controllate. Per oltre due secoli, questa struttura reticolare riuscirà a dominare la finanza internazionale sfruttando la competizione europea per la conquista di capitale mobile a proprio vantaggio. La “nazione” genovese ha però un problema serio, essendo priva di protezione militare; di qui l’alleanza con gli spagnoli, a cui finanzia le esplorazioni fuori dal Mediterraneo, anche per mettere sotto scacco il monopolio veneziano delle rotte commerciali orientali. Il centro di questo primo ciclo è per questa ragione anfibio: il potere militare e territoriale gravita intorno alla corona spagnola che si serve del potere finanziario genovese, in un primo tempo per consolidarsi, quindi per scoprire e costruire un vero e proprio impero mondiale. Nel secondo ciclo sistemico, che va dalla fine del XVI secolo fino alla metà del XVIII, protagonista è invece l’Olanda. Rispetto a Genova, le Province Unite hanno una forma ibrida: conservano alcuni elementi delle città stato italiane che vengono però combinati con prerogative proprie dei nascenti stati nazionali. L’Olanda esprime infatti un’organizzazione interna capace di contenere potere sufficiente da renderla indipendente dalla Spagna imperiale e da riuscire a costruire, nello stesso tempo, una rete di avamposti esterni capaci di erodere, poco a poco, la supremazia marittima e commerciale spagnola e, nell’area dell’Oceano Indiano, portoghese. Tra il 1620 e il 1740 Amsterdam diventa il primo mercato azionario internazionale in seduta permanente. Può essere considerata come la prima borsa mondiale, nodo strategico centrale di una rete internazionale di avamposti, costruita e controllata da “compagnie privilegiate”, come la potentissima VOC. Con l’ascesa della Gran Bretagna, nella seconda metà del Settecento, si struttura il terzo ciclo sistemico, che si protrae fino agli inizi del XX secolo. Rispetto alle Province Unite, l’Inghilterra è un vero e proprio stato. Essendo un’isola, non ha grandi problemi territoriali, a differenza di Francia, Spagna, Germania e Olanda. La sua classe dirigente, non dovendo finanziare guerre per proteggere o espandere confini, si specializza subito nella competizione mercantile, riuscendo a costruire un impero marittimo senza precedenti per estensione e per possibilità di controllo di risorse naturali e umane. Se dunque rispetto al ciclo genovese le Province Unite erano state capaci di coordinare capacità militare, strutture mercantili e potere finanziario, rispetto a quello olandese, l’Inghilterra riesce a incorporare al suo interno anche lo sviluppo produttivo: il controllo mondiale di materie prime e di forza lavoro si combina con la rivoluzione industriale, trasformando Londra, contemporaneamente, in centro manifatturiero del mondo e in centro finanziario. L’ultimo ciclo sistemico è quello dominato dagli Stati Uniti d’America, dalla fine del XIX secolo fino ad oggi. Con l’emergere degli USA come potenza dominante si dilatano ulteriormente le dimensione interne del centro di accumulazione di potere – non più uno stato-isola, ma un vero e proprio stato-continente; inoltre, la capacità di produzione industriale raggiunge dimensioni tali da garantire protezione militare ed economica ad un numero elevato di Stati satelliti, subordinati o alleati. Ma nell’organizzazione complessiva del sistema mondiale, l’innovazione statunitense riguarda soprattutto il controllo dei mezzi di transazione: per la prima volta produzione e consumo vengono coordinati in un apparato produttivo multinazionale integrato.

Ridotta ai minimi termini, l’analisi di Arrighi è dunque abbastanza lineare: ogni ciclo sistemico conosce una prima fase di espansione materiale, nella quale il soggetto egemone coordina a proprio vantaggio il mercato mondiale; e una seconda fase di espansione finanziaria, dove la potenza egemone declinante abbandona il campo della produzione diretta per dominare il sistema attraverso la finanza, mentre nuove realtà si scontrano per emergere come leader del ciclo sistemico successivo. Esattamente come con l’accumulazione marxiana, Arrighi riformula i concetti gramsciani di egemonia e di dominio spostandoli dal conflitto fra classi all’interno di uno Stato, al conflitto fra Stati all’interno del sistema-mondo:

il concetto di «egemonia mondiale» si riferisce in particolare al potere di uno stato di esercitare le funzioni di leadership e di governo su un sistema di stati sovrani. In teoria, questo potere può implicare solo la gestione ordinaria di tale sistema secondo le modalità proprie di ciascuna epoca. Storicamente, tuttavia, il dominio su un sistema di stati sovrani ha sempre comportato qualche tipo di azione trasformatrice che ha mutato in maniera fondamentale il modo di operare del sistema. Questo potere è qualcosa di più e di diverso dal «dominio» puro e semplice. È il potere associato al dominio, accresciuto dall’esercizio della «direzione intellettuale e morale». […] [Per questa ragione] nel nostro schema, […] mentre concepiremo il dominio come basato principalmente sulla coercizione, l’egemonia sarà intesa come il potere aggiuntivo che deriva a un gruppo dominante dalla sua capacità di porre su un piano «universale» tutte le questioni intorno alle quali ruota il conflitto.31

Sta qui la ragione per la quale il passaggio da un ciclo sistemico all’altro avviene quando al dominio della potenza declinante si sostituisce una nuova egemonia capace anzitutto di mettere ordine al caos creato dai problemi del sistema precedente. La nuova leadership dovrà infatti essere in grado di innovare tanto le regole del mercato mondiale quanto l’esercizio della forza militare, assumendosi l’onore della coordinazione politica e delle tecniche di protezione dell’intero sistema. Non è dunque un caso se ad ogni salto sistemico le dimensioni territoriali della potenza egemone si dilatano: tanto più grande lo spazio da governare tanto più complessi i problemi organizzativi, produttivi, finanziari e militari da risolvere e guidare. Nello stesso tempo, tuttavia, questa progressione lineare conoscerebbe al proprio interno anche un movimento in direzione contraria, di recupero di tecniche di governo sperimentate nel ciclo precedente. Facciamo solo due esempi. L’Olanda rispetto a Genova è un piccolo stato nazione capace di incorporare i costi della protezione militare che la “nazione” genovese invece aveva appaltato all’esterno, alleandosi con la corona spagnola. Nello stesso tempo, però, le Province Unite recuperano strategie militari e strutture di governo proprie del capitalismo monopolistico veneziano, il modello sconfitto dall’egemonia genovese. Allo stesso modo, gli Stati Uniti rispetto all’Inghilterra sono un continente capace di pianificare verticalmente produzione e consumo, ma per far questo utilizzano avamposti commerciali (le multinazionali) che recuperano modalità operative già sperimentate dalle compagnie “privilegiate” olandesi. Questa oscillazione a pendolo viene interpretata da Arrighi attraverso l’alternarsi, nella storia del capitalismo mondiale, di due diverse tipologie di accumulazione: una cosmopolita/imperiale e una aziendal-nazionale. La prima – genovese/iberica e britannica – avrebbe avuto una funzione estensiva, essendo responsabile di gran parte dell’espansione geografica del capitalismo moderno. Se infatti sotto i genovesi il mondo fu scoperto, sotto gli inglesi fu conquistato. La seconda tipologia – olandese e statunitense – invece avrebbe svolto una funzione intensiva, di consolidamento di potere. Sotto il dominio olandese la “scoperta” del mondo, operata dagli iberici, partner dei genovesi, fu consolidata in un sistema di depositi commerciali e società per azioni privilegiate convergenti sulla borsa di Amsterdam; sotto quello americano, la conquista britannica del mondo fu stabilizzata in un sistema di mercati nazionali e corporazioni multinazionali avente come suo centro di gravità il governo degli Usa. Come si può evincere, anche solo da questa breve esposizione, la formazione neoclassica in Arrighi sicuramente scompare come lente teorica, ma sopravvive a tratti come forma mentis orientata da una continua, e talora ossessiva, attitudine modellizzante.

Il lungo XX secolo si chiude provando ad individuare l’area continentale che potrebbe sostituire il dominio americano esercitando una nuova egemonia. Arrighi scommette sull’Asia orientale, in particolare sul Giappone (ma siamo solo nel 1994) e su tutta la rete manifatturiera e finanziaria che si è sviluppata, a partire dalla Guerra di Corea, sotto la sua orbita di influenza (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Honk Kong). L’evolversi del quadro internazionale nei decenni successivi avrebbe confermato e, nello stesso tempo, smentito questa previsione. Come indicava Arrighi, il centro manifatturiero del mondo si è spostato in Asia orientale, ma è la Cina, e non il Giappone, lo stato che più di ogni altro ha le caratteristiche sistemiche per sostituire la leadership mondiale degli Stati Uniti. Due anni prima di morire, Arrighi pubblica Adam Smith a Pechino32, volume interamente dedicato alla Cina e alla “rivoluzione industriosa”, oltre che industriale, di cui sarebbe artefice. Va detto che il suo ultimo lavoro è un libro controverso, sicuramente più per le analisi fantasiose sulla presunta qualità smithiana dello sviluppo capitalistico cinese che per i ragionevoli interrogativi sui modi della transizione della leadership mondiale. Ne riporto due. Il primo: nonostante la Cina sia di fatto il centro manifatturiero del mondo, gli Stati Uniti potenza economica declinante mantengono tuttavia il controllo mondiale dell’esercizio della forza militare (Standing Army), un controllo che non conosce, e per molto ancora non conoscerà, rivali credibili. Il secondo: per la prima volta nella storia dei cicli sistemici la potenza declinante non è prestatrice mondiale di liquidità, ma, esattamente all’opposto, è epicentro del flusso di capitali mobili mondiali. Si apre così in realtà un plausibile scenario di caos sistemico, dove, parafrasando Schumpeter “prima di soffocare (o respirare) nella prigione (o nel paradiso) di un impero mondiale postcapitalistico o di una società mondiale di mercato postcapitalistica, l’umanità potrebbe bruciare negli orrori (o nelle glorie) della crescente violenza che ha accompagnato la liquidazione dell’ordine mondiale della guerra fredda. Anche in questo caso la storia del capitalismo giungerebbe al termine, ma questa volta attraverso un ritorno stabile al caos sistemico dal quale ebbe origine seicento anni fa e che si è riprodotto su scala crescente a ogni transizione. Se questo significherà la conclusione della storia del capitalismo o la fine dell’intera storia dell’umanità, non è dato sapere”33

Bibliografia

G.Arrighi, The Long Twentieth Century, Verso Book, London- New York 1994 (tr.it Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano 1996).

Id, Adam Smith in Beijing: Lineages of the Twenty-First Century, Verso, London 2007 (tr.it Adam Smith a Pechino. Genealogie del Ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008).

Id, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, (a cura di) G.Ceserale – M.Pianta, Manifestolibri, Roma 2010

G.Arrighi–T.K.Hopkins–I.Wallerstein, Antisystemic Moviments, VersoBook, London-New York 1989 (tr.it Antisystemic Moviments, Manifestolibri, Roma 1992).

M.Postone, Theorizing the Contemporary World: Robert Brenner, Giovanni Arrighi, David Harvey in Political Economy and Global Capitalism: The 21st Century, Present and Future, (edited by) R.Albritton-B.Jessop-R.Westra, Anthem, London 2010.

G.Ceserale, La lezione di Giovanni Arrighi in G.Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, cit.

Note

21 G.Arrighi, The Long Twentieth Century, Verso Book, London- New York 1994 (tr.it Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano 1996)

22Id, The Political Economy of Rhodesia, The Hague, Mouton Press 1967 (tr.it Struttura di classe e sovrastrutture in Africa, Einaudi, Torino 1969)

23G.Arrighi – T.K.Hopkins – I.Wallerstein, Antisystemic Moviments, Verso Book, London-New York 1989 (tr.it Antisystemic Moviments, Manifesolibri, Roma 1992)

24“Consideravamo che il nostro principale contributo al movimento non fosse di fornire un sostituto di sindacati e partiti, ma un aiuto offerto alle avanguardie dei lavoratori da parte di studenti e intellettuali perché sviluppassero la loro autonomia – autonomia operaia – attraverso la comprensione dei processi più ampi a livello nazionale e globale all’interno dei quali si attuava la loro lotta. In termini gramsciani questo significava formare gli intellettuali organici della classe operaia” in I tortuosi sentieri del capitale. Intervista con David Harvey in G.Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, (a cura di) G.Ceserale – M.Pianta, Manifestolibri, Roma 2010, p.34.

25G.Arrighi, Verso una teoria della crisi capitalistica in «Rassegna Comunista», 2-3-4-5-7, 1972-3.

26Id, La geometria dell’imperialismo: i limiti del paradigma hobsoniano, Feltrinelli, Milano 1978

27J.Hobson, Imperialism, James Nisbet & Co., London 1902

28Su limiti dell’interpretazione di Arrighi del paradigma leninista seguo: G.Ceserale, La lezione di Giovanni Arrighi in G.Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, cit., p.13.

29F.Braudel, Civilisation matérielle et capitalisme, Colin, Paris1967 (tr.it Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), Einaudi, Torino 1982)

30Ivi, vol.III, p.235.

31 G.Arrighi, The Long Twentieth Century, cit. pp. 49-51.

32Id, Adam Smith in Beijing: Lineages of the Twenty-First Century, Verso, London 2007 (tr.it Adam Smith a Pechino. Genealogie del Ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008)

33 Id, The Long Twentieth Century, cit. p.466.




Fonte: http://www.leparoleelecose.it/?p=10295

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