La BCE teme la “corsa agli sportelli” in Grecia. Un “corralito alla greca” in questa fase sarebbe ad esclusivo vantaggio dei creditori.

Al contrario di quanto vociferano alcuni media, ovvero che il controllo dei capitali e una restrizione dei prelievi (a discapito dei depositanti) sarebbero imminenti e architettate dal governo Syriza, è bene chiarire quanto segue: nel caso della “Grecia appartenente alla zona euro”, e finché la moneta ufficiale della Grecia è l’euro, il controllo dei capitali e il “corralito alla greca” (la restrizione dei prelievi bancari) sono misure che non vanno assolutamente a beneficio della Grecia e del governano Tsipras! Se “corralito” sarà (entro la zona euro) vorrà dire che il governo greco avrà in parte “capitolato” alle pressioni e alle condizioni imposte della BCE affinché quest’ultima continui a fornire “liquidità” al settore bancario (privato) greco. In questo esatto momento delle trattative tra la famigerata (oramai ex) Troika (ovvero FMI, BCE e UE) e la Grecia del governo di Alexis Tsipras, è in realtà proprio la Banca Centrale Europea a temere di più un bank run (corsa agli sportelli). Alimentando ad arte lo spauracchio del caos finanziario e facendo poi pressione per l’instaurazione di misure di restrizione la BCE vorrebbe così evitare il collasso del sistema bancario greco, liberandosi al contempo del “fardello” che il programma di liquidità d’emergenza rappresenta per l’istituto centrale europeo. Assicurandosi in ultima istanza la solvibilità delle banche greche e la garanzia di “limitare le perdite” sugli attivi che la BCE detiene nei confronti del sistema bancario e dello Stato greco.

“Le banche in realtà restano aperte solo grazie ai fondi della Banca centrale europea, che oggi ha innalzato per la seconda volta questa settimana il tetto della liquidità di emergenza per le banche greche (Ela), un tipo di prestiti con tassi di interesse più alti di quelli convenzionali. […] l’ammontare deciso dalla Bce sarebbe inferiore a 3 miliardi e dovrà servire per coprire la liquidità delle banche greche oggi e lunedì […]. La Bce insomma tiene Atene sulle spine e indirettamente cerca di premere su Tsipras perché lunedì raggiunga un’intesa al vertice straordinario con gli altri capi di Stato e di Governo.” (IlSole24Ore)

Se accordo non sarà, ecco che la BCE potrebbe allora fare la voce grossa con Atene ed “esigere” le restrizioni sopracitate assicurandosi (nel caso essa risulti poi inevitabile) un’uscita della Grecia dalla zona euro controllata ed ordinata; un’uscita che possa quindi minimizzare i rischi e i costi per i creditori (oramai quasi totalmente rappresentati dalle “istituzioni europee” e dagli Stati membri).
A questo proposito il 19 giugno 2015 Martine Orange scriveva su Mediapart (articolo ripreso da Alencontre) “Lundi dernier, la Süddeutsche Zeitung a dévoilé un plan B sur lequel travailleraient tous les créanciers de la Grèce (FMI, BCE, pays européens). […] L’idée serait de forcer le gouvernement grec à transiger, en imposant un contrôle des capitaux en Grèce, qui limiterait les retraits bancaires et les transferts à l’étranger. Le parlement grec devrait adopter une loi spéciale pour la prise en compte de ces dispositions.

En cas de refus, les responsables européens seraient prêts à isoler la Grèce, en la coupant du système monétaire européen et des mécanismes communautaires appelés Target 2 [système de transferts automatiques interbancaires dans l’UE], afin de la forcer à mettre en place les mesures requises. La chancellerie allemande n’a pas démenti ces informations.

Cette solution, qui a été évoquée dès décembre 2014 dans une étude de Goldman Sachs, reprend le schéma mis en place. Alors que le système bancaire hypertrophié de Chypre, devenu la plaque tournante du blanchiment des capitaux russes et moyen-orientaux, était au bord de l’effondrement, les Européens avaient imposé au nouveau gouvernement tout juste élu un plan de sauvetage drastique. Pendant plusieurs jours, toutes les banques avaient été fermées. Un contrôle des changes avait été imposé, les retraits sévèrement encadrés (moins de 300 euros par semaine). La deuxième banque du pays avait été liquidée et tous les comptes transférés vers la banque de Chypre. Les actionnaires et les créanciers ont été balayés. Tous les dépôts au-dessus de 100’000 euros – montant garanti dans toute l’Union européenne – avaient été taxés, voire saisis. En contrepartie de mesures «structurelles», la Troïka (FMI, BCE, UE) lui a accordé un plan d’aide de 10 milliards d’euros.

Pendant deux ans, Chypre a vécu ainsi entre parenthèses de la zone euro – le contrôle des capitaux vient juste d’être levé. Résultat? Une économie qui a chuté plus de 15 %, des salaires qui ont diminué de 15 à 30 %, un chômage qui atteint plus de 16 % de la population active, un taux de créances douteuses qui dépasse les 50 %. Mais les Européens jugent que ce schéma chypriote est un succès reproductible: au premier trimestre, le PIB a progressé de 1,6 %.

Ce scénario présente de nombreux avantages (per i creditori, ndr), selon certains responsables européens. Syriza serait forcé à négocier; la Grèce ne serait pas exclue du sein de la zone euro mais subirait juste une mise entre parenthèses provisoire; les risques de contagion, tant redoutés depuis la crise de la zone euro de 2012, pourraient être écartés. Cela permettrait aussi de renvoyer à plus tard le délicat problème des dettes de la Grèce.

L’ennui pour les tenants de ce scénario est que la Grèce n’est pas Chypre. Les banques centrales peuvent décider de fermer les banques quelques jours. Mais aucune disposition ne peut forcer un Etat membre à adopter un contrôle des capitaux. Seuls les parlements nationaux le peuvent. Comment imaginer que les parlementaires grecs accepteraient de voter de telles dispositions, surtout pour forcer leur gouvernement à accepter un mémorandum qu’il repousse depuis plus de cinq mois?”

Chiaramente un tale controllo dei capitali non verrà mai ratificato dal parlamento greco, e stando alle dichiarazioni del suo portavoce (Gabriel Sakellaridis) pure il Governo Tsipras su questo punto pare fortunatamente intransigente. Rispondendo a tono a Jeroen Dijsselbloem (il presidente dell’Eurogruppo) che evocava per la Grecia l’ipotesi dei controlli ai movimenti di capitali e “le ‘misure radicali’ prese da Cipro”, Gabriel Sakellaridis dichiarava infatti in marzo: “Dijsselbloem rispetti il suo ruolo istituzionale” aggiungendo “la Grecia non sarà ‘ricattata’ ” (ansa.it).

La situazione sarebbe per contro completamente diversa nell’ipotetico momento nel quale la Grecia si dovesse trovare esclusa o decidesse unilateralmente di uscire dalla zona euro: in questo caso l’introduzione ordinata di una nuova moneta imporrebbe (d’obbligo) un controllo dei capitali per cercare di stabilizzarne il valore, evitare l’evasione fiscale e la fuga di capitali. In questo caso la nazionalizzazione e la successiva socializzazione del settore bancario sarebbe ovviamente più che auspicabile, anche per finanziare nuovi progetti d’investimento.

Uno scenario che è giusto tenere in considerazione, ma che per ora non fa testo. Come detto in questo preciso istante il controllo del sistema bancario greco sotto la supervisione della BCE sarebbe un chiaro attacco nei confronti dei cittadini grechi e del governo Syriza.

In un articolo apparso qualche settimana fa su ProjectSyndicate, l’economista tedesco Hans-Werner Sinn (un ordoliberale) spiega chiaramente perché, proprio per i “limiti” stessi (voluti) del funzionamento del sistema dei pagamenti europeo TARGET2, l’uscita dei depositi dal settore bancario greco (Deposit Flight, da non confondere con Capital Flight) potrebbe in parte favorire il potere negoziale del governo Tsipras nei confronti della BCE e dell’Unione Europea.

“[…] il governo greco fa lievitare i costi del Piano B per la controparte, consentendo la fuga di capitali dei suoi concittadini. Se volesse, il governo potrebbe contenere questa tendenza con un approccio più conciliante, o arrestarla del tutto, con l’introduzione di controlli sui capitali. Ma così facendo indebolirebbe la sua posizione negoziale, il che non è auspicabile.

La fuga di capitali non significa che il capitale si muove all’estero, in termini netti, ma piuttosto che il capitale privato è stato trasformato in capitale pubblico. In sostanza, i cittadini greci stipulano prestiti dalle banche locali, finanziati in gran parte dalla banca centrale greca, che acquisisce fondi attraverso le disposizioni per l’erogazione di liquidità di emergenza (ELA ) della Banca Centrale Europea. Essi trasferiscono quindi tale denaro in altri paesi per l’acquisto di attività estere (o per riscattare i loro debiti), drenando liquidità dalle banche del loro paese.

Altre banche centrali della zona euro sono quindi costrette a creare nuova moneta per evadere gli ordini di pagamento per i cittadini greci, fornendo in effetti alla banca centrale greca un credito scoperto, come misurato dalle cosiddette passività TARGET. In gennaio e febbraio, i debiti TARGET della Grecia sono aumentati di quasi 1 miliardo di euro (1,1 miliardi di dollari) al giorno, a causa di una fuga di capitali da parte di cittadini greci e investitori stranieri. Alla fine di aprile, i debiti ammontavano a 99 miliardi di euro.

Una fuoriuscita della Grecia non danneggerebbe i conti che i suoi concittadini hanno creato in altri paesi della zona euro – abbandonarli causerebbe la perdita dei beni che i Graci hanno acquistato con tali conti. Ma questo farebbe impantanare le banche centrali di quei paesi con i titoli TARGET denominati in euro dei cittadini greci di fronte alla banca centrale della Grecia, che avrebbe attività denominate solo in dracme ristrutturate. Data l’inevitabile svalutazione della nuova moneta, unitamente al fatto che il governo greco non ha bisogno di sostenere il debito della sua banca centrale, un default che deprivi le altre banche centrali dei loro crediti sarebbe quasi certo.

Una situazione simile si presenta quando i cittadini greci prelevano contanti dai loro conti e li accumulano in valigie o li portano all’estero. Se la Grecia abbandona l’euro, una quota consistente di questi fondi – pari a 43 miliardi di euro alla fine di aprile – potrebbe rifluire nel resto della zona euro, sia per l’acquisto di beni e attività sia per ripagare i debiti, con una conseguente perdita netta per gli altri membri dell’unione monetaria.”
(Hans-Werner Sinn, Project Syndicate)

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