Gli inciampi della Napoleoni su natura e valore della moneta

di Sao J

In un articolo apparso sul proprio blog presso il portale web de “Il Fatto Quotidiano” (www.ilfattoquotidiano.it) l’economista Loretta Napoleoni dà il proprio giudizio su un fenomeno abbastanza recente e di stretta attualità, qual è il Bitcoin.

L’articolo in questione è consultabile al seguente indirizzo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/12/il-bitcoin-un-paradosso-e-un-atto-di-fede-chi-ci-guadagna/839987/

Senza soffermarmi in questa sede sulla questione particolare del bitcoin, vorrei qui criticare due passaggi dell’articolo della Napoleoni nei quali è evidente (e imbarazzante) la sua non comprensione della natura della moneta e del debito (credito bancario).

I passaggi incriminati sono i seguenti:

“dietro la moneta, di qualsiasi tipo essa sia, non c’è nulla di concreto, soltanto un atto di fede.”

“In fondo tutte le monete oggi esistono in base ad un atto di fede che chi le maneggia esprime nel momento in cui le usa per scambiare beni e servizi. Dietro al dollaro o all’euro non c’è una riserva di ricchezza, e cioè lingotti d’oro o tonnellate d’argento, ne’ si può parlare di industrie o risorse, come il petrolio o il gas naturale, la creazione di moneta avviene invece attraverso l’emissione del debito, un principio che come la soluzione delle formule dei bitcoin non ha nulla a che vedere con la ricchezza di una nazione, anzi in un certo senso le va contro”

La visione della moneta della Napoleoni (che ne sia cosciente o meno) è evidentemente (e di questo non c’è da stupirsi…) la visione ‘mainstream’ propugnata dalla teoria neoclassica dominante, secondo la quale ogni agente economico, atomizzato, agisce sul mercato in base ai propri egoistici interessi facendo in questo modo gli interessi globali della società nel suo insieme (massimizzando l’utilità del consumatore, per riprendere il linguaggio dei sostenitori di questa dottrina). Una visione questa che ha in Walras il suo capostipite e che fa della moneta l’ennesimo bene, una sorta di standard di valore, tramite il quale esprimere il prezzo relativo di tutti i beni, semplificando così gli scambi sul mercato. Nella visione neoclassica infatti il valore della moneta è espresso come V=1/P dove P sta ad indicare l’indice generale dei prezzi al consumo. Ed è qui che i neoclassici cadono nella prima fondamentale contraddizione: come si intuisce dalle parole della Napoleoni (“tutte le monete oggi esistono in base ad un atto di fede che chi le maneggia esprime nel momento in cui le usa per scambiare beni e servizi”) nella visione data dalla teoria economica dominante la moneta “entra in gioco” all’interno del sistema economico solo nell’atto della vendita e dello scambio sul mercato dei beni e dei servizi. Per i neoclassici la moneta è quindi una dotazione iniziale che non va spiegata, l’ennesimo bene tramite il quale esprimere i prezzi relativi di tutti i beni, qualcosa di esogeno al processo economico (l’helicopter money di Friedman, ovvero la moneta che cade dal cielo). Un’interpretazione questa che fa completa astrazione del processo di produzione, punto di partenza di un’economia monetaria di produzione, e che contiene una contraddizione logica fondamentale. Un errore logico che nasce dalla concezione neoclassica (errata) della moneta come “merce” (un’idea che deriva dagli albori della disciplina economica quando la moneta era assimilata unicamente nella sua forma metallica primordiale); tale errore è la pretesa di definire il valore della moneta come l’inverso dell’indice generale dei prezzi, calcolato sulla base dei singoli prezzi che si formano sui mercati per effetto della legge della domanda e dell’offerta che interviene in ogni contrattazione tra i vari agenti economici. Se però il valore della moneta è definito sulla base delle relazioni che avvengono sui mercati e che portano alla formazione dei prezzi (ed è perciò un valore che interviene ex-post) com’è possibile che gli stessi agenti possano conoscere ex-ante il valore della moneta, condizione questa necessaria affinché essi possano esprimere il prezzo relativo tra un bene X e la moneta e quindi agire sul mercato con cognizione di causa? Nella concezione della moneta come oggetto il suo valore viene definito come l’inverso del livello generale dei prezzi, a sua volta calcolato a partire dai prezzi di tutti i beni considerati espressi come prezzi relativi tra bene X e moneta, il cui “prezzo” (ovvero valore) viene però conosciuto solo alla fine di questo processo. Si è evidentemente in presenza di una contraddizione logica fondamentale.

Ora è ben evidente che con l’abbandono dello standard aureo il dollaro e tutte le monete non sono più espresse in rapporto all’oro, in questo senso la Napoleoni ha ragione, non vi è una controparte in metallo prezioso a mo’ di garanzia (presunta) del valore della moneta! MA non per questo la moneta ed il suo valore (o potere d’acquisto) possono venir ridotti ad un “atto di fede”, a qualcosa senza una controparte reale (di ricchezza) dalla quale la moneta deriva il suo valore. Questa controparte reale della moneta è infatti la produzione di merci e servizi dello spazio economico e monetario considerato! Come ricorda Keynes infatti il valore di una data moneta altro non è che quello dato dalla produzione ottenuta tramite il lavoro di una nazione X nel periodo di tempo considerato! da qui deriva l’identità logica fondamentale tra reddito nazionale (RN) e prodotto nazionale (PN). Il potere d’acquisto di una moneta, il suo valore, è perciò dato dalla capacità di questa moneta di acquistare il relativo prodotto nazionale, la totalità della produzione. Ciò è evidente se consideriamo che potremmo possedere un migliaio di biglietti da cento euro grazie ai quali riteniamo di disporre di un forte potere d’acquisto sul mercato, ma se nella nostra economia non vi è la produzione (e la remunerazione della produzione con la sua controparte monetaria data dal salario) con le nostre banconote da cento euro non potremmo acquistare proprio nulla; potremmo allora utilizzarle unicamente per appiccare un bel fuoco con il quale riscaldarci!

L’idea che la moneta derivi il proprio valore da un “atto di fede” è un idea senza alcun fondamento teorico. Come fa notare Sergio Rossi bisogna qui invertire la relazione di causalità. L’approccio soggettivista che porta a pensare che la moneta ha un valore perché viene accettata negli scambi economici va sostituito con un approccio definito oggettivo: gli agenti economici accettano la moneta negli scambi proprio perché essa ha un valore (un potere d’acquisto) oggettivo! Un cittadino statunitense potrebbe essere reticente nei confronti del dollaro e ritenere che non abbia valore. Ma lo stesso cittadino dovrà accettare un salario denominato in dollari e se vorrà sopravvivere non potrà sottrarsi all’utilizzo del dollaro nei suoi acquisti quotidiani. Lui e le sue reticenze non avranno nessuna influenza sul valore del dollaro.

Veniamo ora alla seconda critica. Ovvero quella indirizzabile alla concezione negativa che la Napoleoni dà del debito. Immaginando di partire da una situazione di tabula rasa, come possono le imprese avviare un processo di produzione se non grazie al debito bancario, vero motore di un economia monetaria di produzione?

Qui il parere della Napoleoni, in linea con quello dei vari tecnocrati europei (M. Monti in primis) e del FMI, interessati soltanto al proprio personale tornaconto, è davvero imbarazzante!

Come hanno più volte allertato i vari Stiglitz e Krugman di turno, tra le poche voci fuori dal coro in un mondo di sordi, è solo tramite il debito e il conseguente investimento che si può pensare di rilanciare la macchina economica, oggi messa ancor più fuori uso da quell’austerità, presunta panacea di tutti i mali e invece causa prima del soffocamento sempre maggiore, evidente ed incessante di ogni timido segnale di ripresa. Se consideriamo che il debito (inteso come il credito bancario destinato alla produzione) è il motore dell’investimento ne concludiamo logicamente che esso è il cuore pulsante della crescita economica di una nazione! E non come ritiene la Napoleoni qualcosa che “non ha nulla a che vedere con la ricchezza di una nazione, anzi in un certo senso le va contro” (sic)!

Un’ultima provocazione… da dove derivano il loro reale valore gli assets finanziari? evidentemente i prezzi che scaturiscono dalla compravendita sui mercati finanziari sono oggetto di speculazione; Una speculazione che attribuisce a questi assets un valore fittizio a un dato istante temporale. La reale natura degli assets finanziari è però rappresentata dalla fiducia riposta in una produzione futura che sarà la controparte reale di questi titoli. Lo scoppio delle bolle finanziarie (come caduta verticale del valore di questi assets) è perciò la comune presa di coscienza che il valore assunto da quei titoli era assolutamente esagerato e non in linea con le reali capacità dell’economia produttiva di creare una controparte reale e adeguata di valore.

Per maggiori approfondimenti sulla natura e sul valore della moneta, che in realtà non è che un passivo-attivo nella contabilità degli istituti bancari, vogliate consultare i lavori di B. Schmitt, A. Cencini, A. Graziani, S. Rossi, fra gli altri.

les-preteurs-d-argent

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