Un altro mondo è possibile

di Sao J

Solo una rinnovata concezione della società come insieme d’individui liberi ma eguali, istruiti, dotati di spirito critico e volti alla cooperazione sociale in vista di un solo obbiettivo, quello del bene comune, può condurre al ristabilirsi di un ordine sociale al cui centro ritroviamo l’uomo e l’essenza umana.

Un ordine basato sulla giustizia economica e sociale, sull’etica e sulla conoscenza collettiva, nel quale i rapporti sociali siano dei rapporti umani e non fredde relazioni mercificate e quantificate dal denaro. Una società nella quale la vita sociale abbia il sopravvento sull’individualismo e sull’atomizzazione dell’individuo, dove il cosiddetto «homo economicus» non trovi più spazio.

Nell’epoca del consumismo quella della disalienazione di milioni di consumatori-lavoratori è una sfida maggiore per l’umanità intera, dalla quale la società ma soprattutto la sinistra deve ripartire e alla quale si devono trovare al più presto delle risposte; perché, se vi è una cosa che il capitalismo sa fare bene è proprio mutare e saper riprodursi sulla base di determinate condizioni storiche; la sua fine è infatti una sorta di rinvio a giudizio infinita, un’assoluzione solo apparente.

L’ora di un giudizio finale deve giungere.

E giungerà se il conflitto di classe sarà al passo con i tempi e verrà posto nei giusti termini: non potrà più esser solamente definito come conflitto tra capitalista e proletario, ma tra chi effettivamente detiene il potere e gli oppressi tutti. La grande difficoltà è reintrodurre e riaffermare lo stesso concetto di rapporto di classe che il capitalismo ha cercato di mascherare; far risvegliare milioni di persone della classe subalterna incantate da quell’«american dream» che le eleva alla pari del Berlusconi di turno ponendole in quella illusoria «middle class», facendo loro perdere la “coscienza di classe” e svuotandole dalla loro vera essenza. La grande incertezza nei rapporti di forza è rappresentata da questo conflitto tra la volontà di recupero della “coscienza di classe” e il dover “sacrificare” quel presunto benessere materiale che, anche attraverso il debito, il capitalismo ha prodotto negli ultimi decenni alle classi subalterne occidentali.

Ecco che la giustificata speranza riposta nei popoli di quei paesi che rappresentano la periferia del capitalismo e che hanno subito storicamente le conseguenze e la violenza delle condizioni stesse della riproduzione del sistema, ci permette oggi di intravvedere una potente forza storica che soprattutto dall’America Latina sta tracciando la strada verso il superamento del paradigma capitalista. Una strada che seppur in forme diverse dovrà venir seguita anche dai paesi del centro del sistema capitalista e che potrà condurre a quel gran cantiere dal quale si spera possa sorgere la rifondazione della società globale.

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