L’Ecuador, Assange e il potere della propaganda occidentale

di Sao J

Com’è strano il mondo: uno dei paesi latinoamericani più accusati dai media tradizionali (europei e statunitensi) di limitare la libertà di stampa ha concesso l’asilo politico a Julian Assange, leader di Wikileaks e simbolo della libertà d’espressione, un “eroe” che ha condiviso con il mondo documenti riservati svelando menzogne e abusi dei diritti umani commessi da vari funzionari, organizzazioni e governi.

Peccato che gli stessi media che non si lasciano scappare una sola occasione per versare fango su presunti Stati un po’ arretrati, in “via di sviluppo” e “poco” democratici, si dimenticano poi di raccontare il rovescio della medaglia e di precisare le ragioni di tali (gratuite) accuse che su giornali, canali televisivi e internet fanno il giro del pianeta. Nel caso dell’Ecuador per esempio nessuno dei principali colossi mediatici internazionali si è degnato di raccontare al mondo di quanti reclami per diffamazione il presidente Rafael Correa ha dovuto interporre davanti alla giustizia nei confronti dei proprietari e degli editorialisti del giornale “El Universo”. Evidentemente i media internazionali ne hanno tratto la conclusione, per loro più conveniente e più coerente con la linea editoriale “occidentale”, che Correa volesse limitare la libertà di stampa. Neppure il fatto che Correa abbia vinto la maggior parte di questi processi sembra essere cosa importante da riportare sui media. La gente continui pure a pensare che in Ecuador la libertà di stampa sia inesistente o quasi, va benissimo così.

Evidentemente poi la sconfitta davanti alla legge non ha impedito ed anzi ha invogliato il potere mediatico ecuadoriano a far uso (ed abuso) della propria influenza per lanciare una campagna globale volta a screditare il governo sui canali della stampa internazionale.

Spesso sono gli stessi giornalisti ad essere vittime inconsapevoli del sistema mediatico e in buona fede (ma fino a che punto? Non è compito del giornalista avere sempre un occhio critico?) riportano semplicemente questo tipo di notizie in arrivo dalle agenzie di stampa e ignorando la verità ne tralasciano (a mo’ di censura) innumerevoli altre, spesso ben più rilevanti come in questo caso. Uno dei pilastri sul quale si basa la propaganda a favore del sistema è proprio l’ignoranza della gente (cittadini e consumatori) che non sapendo di non sapere vengono ingannati da stati e multinazionali!

L’ignoranza e la propaganda che hanno radicato per esempio nella gente l’idea che Assange è stato accusato di stupro e deve perciò rispondere di quest’accusa in Svezia quando in realtà a suo carico vi è una semplice denuncia. Ovviamente i media hanno “lasciato correre” la notizia e non hanno invece chiarito che il pubblico ministero svedese vuole solamente interrogarlo per poi lasciare a chi di dovere la decisione di eventuali accuse a suo carico. Il Governo dell’Ecuador ha pure proposto che il suddetto interrogatorio venga effettuato nella sua ambasciata di Londra ricevendo però una risposta negativa dal Governo svedese; anche questa una notizia irrilevante, inutile riportarla sui media.

Sempre sul caso Assange-Ecuador-Inghilterra una stampa vigile che farebbe?

Sicuramente si sorprenderebbe per la rottura delle relazioni diplomatiche tra Inghilterra ed Ecuador, un profondo confronto iniziato dall’Inghilterra in cerca dell’estradizione verso la Svezia di una persona esente da capi d’accusa nei suoi confronti. Un giornalismo degno di questo nome riporterebbe le scandalose dichiarazioni fatte della Gran Bretagna che dimenticandosi di qualsiasi principio di diritto internazionale minaccia l’assalto di un’ambasciata! Denuncerebbe fortemente le dichiarazioni del Washington Post che invece di difendere uno Stato che offre asilo politico ad un personaggio ingiustamente perseguito incita addirittura il Congresso statunitense ad instaurare restrizioni economiche nei confronti di questo Stato! Darebbe sicuramente credito anche alle e-mail confidenziali che rese pubbliche hanno permesso di scoprire che negli Stati Uniti si stanno elaborando segretamente delle accuse a carico di Assange.

Così sarebbe una vera stampa libera! ovvero a favore della conoscenza, della verità e della pluralità d’informazione. Non sarebbe conformizzata e in favore del mainstream occidentale – attraverso censura inconsapevole e propaganda – come invece accade oggi.

La concentrazione nel mondo dei sempre più grandi e potenti mass-media internazionali è infatti un dato di fatto sin dagli anni ‘80 dove un po’ in tutto il mondo, dalle democrazie consolidate come l’Italia alle nascenti come quella cilena, si assistette a fusioni, acquisizioni massive e concentrazione di potere in barba alle varie legislazioni antimonopolistiche. In Russia come in America latina la democrazia seguente la fine del comunismo e rispettivamente delle dittature militari portò con se la concentrazione dei media, soprattutto sotto la forma di oligopoli, e non la diversità e la pluralità che in molti s’aspettavano. Ciò non vale solamente per la struttura societaria di questi colossi, che conferisce molto potere nelle mani di pochi, ma pure per le linee editoriali, per i contenuti ed i messaggi trasmessi che sono così sempre più uniformi e “controllati”. Sono molti gli studi che dimostrano l’attuale poca diversità e la scarsa pluralità di discorso dei principali mass-media internazionali.

Ciò che differenzia però il Sudamerica dal resto del mondo dal punto di vista della concentrazione mediatica è che attualmente questa è l’unica parte del globo dove si sta pensando, discutendo e dove si stanno prendendo una serie di misure e di decisioni per fermare ed invertire la tendenza alla concentrazione nel settore mediatico, iniziative che provengono tanto dalla società civile quanto dalla politica.

Ed è qui, uniti contro lo stesso avversario, i grandi consorzi mediatici, che Julian Assange e Rafael Correa iniziano ad incontrarsi.

Ma è in tutto il continente sudamericano, dal Venezuela all’Argentina, dall’Uruguay alla Bolivia fino all’Ecuador che si stanno approvando nuove leggi sui media ampiamente discusse nella società civile e dibattute durante le fasi parlamentari.

Proprio in Ecuador nell’aprile del 2011 il presidente Correa convocò un referendum invitando la popolazione ad esprimersi su tre domande direttamente legate all’industria mediatica. Una di queste (che come tutte è stata accettata dalla maggioranza popolare) proponeva di proibire ai grandi gruppi finanziari (in particolar modo alle banche) di possedere gruppi mediatici. Il mese d’aprile dell’anno seguente sempre in Ecuador, dopo lunghi dibattiti e centinaia di proposte arrivate dai più disparati attori della società civile, arrivò sui banchi dell’Assemblea Nazionale il progetto di legge costituzionale sulla comunicazione chiamata a sostituire la precedente ,vigente dal 1975. Prima che la legge arrivasse sui banchi del parlamento si svolsero su tre anni diversi forum sociali per tutto lo stato ecuadoregno dove parteciparono attivamente diversi attori rappresentanti la società e giunsero molteplici proposte da parte dei cittadini, ritrovabili ora nel progetto di legge.

Un altro esempio simile proviene dall’Argentina dove nel 2004 si creò la “Coalición por una Radiodifusión Democrática” un’organizzazione composta da movimenti sociali e dalle università pubbliche che fissò i “21 puntos para una difusión democrática” base per il progetto di legge che il governo di Cristina Kirchner inviò in seguito al Congresso. Come in Ecuador pure in Argentina si svolse una discussione nazionale nell’ambito del progetto di legge durante la quale giunsero più di milletrecento proposte direttamente dalla popolazione.

Tutti questi progetti di legge riconoscono esplicitamente tre differenti tipi di proprietà dei media, ovvero pubblici, privati e comunitari. Inoltre la legge richiede la distribuzione equa delle frequenze riservando un 33,3% ad ogn’una delle tre categorie elencate.

In questo senso si può notare un interessante allineamento nelle politiche sulla comunicazione e sui media tra i vari paesi del MERCOSUR (fatta eccezione per Cile e Colombia) che in modo esplicito reagiscono contro l’espansione degli interessi delle multinazionali sul settore pubblico, coinvolgendo attivamente i cittadini nella discussione politica. Dinamiche queste che vanno chiaramente nel senso opposto a ciò che accade nel resto del mondo.

Eccolo quindi il luogo d’incontro di Julian Assange e Rafael Correa; già perche se il presidente ecuadoriano pone dei limiti al potere economico sui mass-media e mette in questione le grandi società mediatiche, Assange dal canto suo fa ciò che le società di comunicazione e i loro giornalisti hanno smesso di fare da quando dipendono dalle potenti multinazionali del capitale finanziario. Ovvero mettere in discussione e sfidare per davvero il potere, svelando fatti e informazioni mantenute segrete sulle quali l’opinione pubblica era stata ingannata proprio attraverso i principali media internazionali.

In questo modo Correa, come diversi altri presidenti sudamericani, sta democratizzando la comunicazione, coinvolgendo ampi settori della società civile ed Assange da parte sua democratizza l’informazione con Wikileaks.

Questo non è che uno dei tanti processi di cambiamento in atto oggi in Sudamerica un territorio in continua evoluzione, un continente che conosce fin troppo bene il volto oscuro del governo degli Stati Uniti per potersi fidare ancora e si tiene ora ben stretta la propria libertà ed indipendenza in parte ritrovata. Una parte di mondo, l’America latina, alla quale si dovrebbe guardare un po’ più spesso perché sicura protagonista economica e politica dei decenni a venire; ma soprattutto perché con la sua cultura ancestrale, le sue grandi estensioni di natura incontaminata e la consapevolezza (creata anche dalle atroci esperienze passate) di quanto non sia l’utilitarismo e la ricerca del personale interesse ciò che fa la felicità e ci realizzi come esseri umani, può darci speranza verso un mondo migliore.

Ecco un motivo in più per cui non dobbiamo sorprenderci se, citando Assange, non sia stata “la Gran Bretagna o il mio paese, l’Australia, a difendermi dalla persecuzione ma una nazione latino-americana coraggiosa ed indipendente”.

L’augurio è che Assange e Correa abbiano davvero con le proprie azioni stimolato il dibattito critico tra i cittadini sul ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali.

Liberamente ispirato da:

Paradojas de la libertad de prensa en Ecuador

Rafael Correa y Julian Assange: unidos por el mismo adversario

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